Come è nato lo spartito?

La musica è per tutti: per chi la crea, chi la apprezza e chi la ascolta.

Solo gli addetti ai lavori, però, sanno quanto impegno ci sia dietro e, soprattutto, quanto sia importante “scrivere” e saper “leggere” la musica in un certo modo. Non a caso, infatti, chi si approccia a questo mondo in maniera professionale sa che deve passare necessariamente per la questione partiture e pentagramma.

Ma qual è la storia dello spartito e da dove è nato il suo particolare “linguaggio”?

Partitura e spartito: che differenza c’è?

Innanzitutto c’è da fare una piccola differenziazione.

Bisogna sottolineare che, in effetti, quando si parla di partitura ci si riferisce all’organizzazione grafica dei righi musicali; si tratta, quindi, di musica di insieme, di poter gestire, cioè, a colpo d’occhio la simultaneità delle varie parti che concorrono all’opera musicale. Questa struttura può, quindi, essere divisa in pentagrammi o in accollature, a seconda se le famiglie strumentali siano o meno raggruppate tra loro, potendo continuare in questa esplorazione verso l’interno arrivando, così, ai vari simboli che compaiono sui righi.

Ma, allora, che si intende quando si parla di spartito?

In effetti, riguardo questa terminologia c’è un po’ di confusione e, spesso, questa stessa parola viene designata ad indicare concetti leggermente diversi, come una unità bibliografica di una notazione musicale destinata ad un singolo esecutore o un riadattamento di una partitura, o di parte di essa, da affidare ad altri strumenti (ad esempio, un riadattamento per voci e pianoforte di una composizione concepita inizialmente per voci e orchestra).

Esaminare la storia dello spartito, insomma, significa viaggiare indietro nel tempo per scoprire le origini delle note, della notazione musicale e del pentagramma!

Il pentagramma

Andando per gradi, possiamo innanzitutto dire che la storia del pentagramma risale al IX secolo d.C., quando si passò dalla notazione adiastematica (utilizzata fino al Medioevo) ad una prima notazione diastematica (dove appariva, per la prima volta, un rapporto esatto tra i vari intervalli), dopo una breve parentesi della notazione daseiana (primo esempio conosciuto di scrittura della musica polifonica) e l’introduzione di una linea incisa a pressione sulla pergamena che, successivamente, sarebbe stata disegnata. Queste linee, poi, diventarono due e vennero differenziate per colore (rosso e giallo), aumentando fino a 4 (tetragramma: quattro linee e tre spazi) e arrivando, infine, all’attuale pentagramma ideato proprio da un italiano, il forlivese Ugolino da Orvieto.

La notazione musicale

Il viaggio attraverso la notazione musicale, invece, è molto più ampio e meriterebbe una digressione a parte.

È cominciato tutto, infatti, già a partire dai Sumeri – come testimoniato da una tavoletta incisa, datata 2000 a.C. -, passando, poi, per un monaco benedettino vissuto nel X secolo, Guido Monaco, e per la nascita stessa del pentagramma che influì molto sulla “scrittura” della musica.

Le note

Anche la storia delle note è molto antica: inizialmente, però, si sa che non esisteva una vera e propria indicazione dedicata; si utilizzavano, anzi, le prime lettere dell’alfabeto.

Con il complicarsi delle melodie da riprodurre e ricordare, poi, nel Medioevo cominciò a cambiare qualcosa: i testi da cantare si agghindarono con dei segni, i neumi, espedienti che, poi, sarebbero evoluti fino a portare alla moderna concezione delle note, passando proprio per il tetragramma e tutte le altre fasi descritte in precedenza.

Insomma, durante i cambiamenti avvenuti nel tempo, ogni componente dello spartito si è evoluta di per sé ma anche adattandosi, di volta in volta, a tutte le altre. Gli attuali nomi delle note nei Paesi latini (sappiamo che non sono tutti uguali nel mondo), ad ogni modo, risalgono all’XI secolo e allo stesso Guido d’Arezzo (cioè Guido Monaco) sopracitato; da dove sono saltati fuori?
Sono le sillabe iniziali dei primi sei versetti dell’inno Ut queant laxis, composto dal monaco, storico e poeta Paolo Diacono, preso dalla liturgia dei Vespri della festa della natività di San Giovanni Battista, anticamente considerato patrono dei musicisti:

«Ut queant laxis
Resonare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum
Solve polluti
Labii reatum,
Sancte Iohannes»

Affinché i tuoi servi possano cantare con voci libere le meraviglie delle tue azioni, cancella il peccato, o santo Giovanni, dalle loro labbra indegne»).

Come si noterà, la prima nota era inizialmente “Ut“, sostituita con il “Do” attuale nel XVII secolo, grazie a una proposta del musicologo Giovanni Battista Doni che dedicò la sillaba (ora più facile da pronunciare) a Dio (“Dominus“); anche la settima nota cambiò definitivamente, nel XVI secolo, in “Si“, dalle iniziali di “Sancte Iohannes“.