“Dicitencello vuje”, la dichiarazione d’amore più struggente del Novecento

Tra le tante canzoni classiche napoletane sbocciate ai tavolini dello storico Gran Caffè Gambrinus, anche “Dicitencello vuje” merita una menzione.

Il brano è nato dal talento di due amici, Rodolfo Falvo e Enzo Fusco, e dagli accadimenti che avvenivano nelle loro vite, chiacchierando del più e del meno sorseggiando un caffè rivolti verso Piazza del Plebiscito. Correva l’anno 1930.

Le origini

Rodolfo Falvo si era visto costretto, dopo la morte prematura del padre (ufficiale di artiglieria) ad impiegarsi presso l’ufficio delle Regie Poste ma, nel 1898, aveva abbandonato l’incarico per partecipare, come cantante e comico, al café-concert napoletano. La sua iniziativa, tuttavia, non aveva riscosso il consenso che sperava, per cui si rintanò ad una vita più intima dedicandosi all’attività di autore di testi.

Enzo (Lorenzo) Fusco, invece, nonostante il padre avrebbe preferito per lui una carriera professionale, si dedicò anima e corpo alla canzone e al teatro e fu anche uno dei primi musicisti a dedicarsi al rapporto musica – cinema dirigendo orchestre per film muti. Con la sua voce da tenore incise persino su vinile diverse liriche partenopee e patriottiche ma, in seguito al successo di “Dicintencello vuje”, riprese comunque la sua vita da impiegato presso le Ferrovie dello Stato. Morì suicida giovanissimo, a soli 52 anni, dopo una diagnosi di tumore al midollo spinale.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo alla canzone.

I due amici si incontrarono al Gambrinus, come detto, più o meno quando entrambi avevano circa trent’anni: si confrontarono, parlarono della futura festa di compleanno di uno dei due, del fermento artistico di quel periodo, di fascismo e di donne.

Fusco, in particolare, era follemente e profondamente innamorato di una ragazza ma, a causa del suo carattere impacciato ed introverso, non riusciva a trovare una soluzione a quel tormento interiore che non gli lasciava spazio nemmeno per mangiare e dormire: addirittura, pare fosse stato allontanato dalla stessa protagonista dei suoi sentimenti, avendo completamente sbagliato nell’approcciare a lei, mostrandosi fastidioso e molesto. Insomma, era in piena crisi. Dal canto suo, lo sciupafemmine Falvo, già autore di qualche brano canticchiato qui e là per le strade della città, ebbe l’intuizione giusta: quando Enzo cacciò fuori un blocchetto per dedicare una poesia all’amata, ispirato da una ragazza che le somigliava che attendeva il bus nei pressi del Gran Caffè, a componimento concluso gli strappò giocosamente il foglio dalle mani e lo lesse. Si rese immediatamente conto di trovarsi davanti ad una dichiarazione d’amore disperata e intensa, anche se inizialmente indiretta, e compose di getto la musica “intorno” alle parole.

Era appena nato un capolavoro.

Le parole

La forza di questo componimento è sicuramente nel testo: il protagonista, infatti, sembra parlare della donna amata rivolgendosi ad una sua amica… le descrive un amore che lo tormenta e non lo fa più vivere ma che, nell’ultimo verso del brano, svela essere nutrito proprio per l’interlocutrice, quando le vede spuntare una lacrima sul viso.