Il San Carlino: palcoscenico per eccellenza delle pulcinellate

Quando a Napoli si parla di teatro è impossibile non pensare al San Carlo, palcoscenico che l’ha resa e la rende famosa per tutto il mondo e che si pone tra i più antichi in assoluto ancora attivi a livello europeo e globale.

Non tutti sanno, però, che in questa stessa città c’è stato un altro piccolissimo teatro che ha un po’ scimmiottato e ripreso l’identità di quello che è, a tutti gli effetti, orgoglio e primato partenopeo: stiamo parlando del San Carlino, nato e pensato per accogliere le cosiddette pulcinellate e le rappresentazioni in napoletano.

Un legame a doppio filo con Pulcinella

A poche settimane dal Carnevale, vale la pena esplorare la storia di questo piccolo teatro che è stato importantissimo per la napoletanità.

Come sappiamo, il San Carlo vide porre la sua prima pietra nel 1737: soltanto 3 anni dopo venne costruito il San Carlino, edificato prima in legno, accanto alla chiesa di San Giacomo degli Spagnoli in Piazza Municipio e, successivamente, ricostruito nel 1770 da Tommaso Tomeo, su licenza di Ferdinando IV di Borbone e progetto dell’architetto Filippo Fasulo.

Il personaggio di Pulcinella, sebbene molto più antico, cominciava proprio in quel periodo a dominare la scena teatrale: i partenopei si identificavano ed immedesimavano in quella maschera sfortunata che, però, riusciva a prendere la vita per il verso giusto a suon di risate, spaghetti e proverbi improvvisati.

Il palcoscenico del San Carlino, infatti, servì proprio per portare dinanzi al pubblico varie versioni di Pulcinella, passando per molti nomi importanti tra cui quello di Domenico Antonio Di Fiore; alla sua morte, tuttavia, il teatro si ritrovò ad attraversare un brutto periodo di crisi, tanto che ne venne ordinata la demolizione nel 1759, a pochissimi anni dalla fondazione.

Tomeo, che dal 1720 gestiva un popolare teatrino seminterrato, riuscì ad ottenere da re Ferdinando una nuova riapertura per “commedie premeditate” e, dopo una revisione da parte delle autorità, fece ricotruire un novello San Carlino abbattendo pavimenti e pareti divisorie di alcuni bassi che la sua famiglia possedeva in Piazza del Castello; un progetto molto umile, dato che comprendeva soltanto due file di palchi, di cui una a livello della strada.

Molti attori – anche tra coloro che avevano già recitato nel vecchio teatro – con le relative compagnie si avvicendarono su quel palcoscenico, ma la fortuna non appartenne mai a quei locali: Tomeo fu spesso costretto a chiudere i battenti e a trasferirsi altrove, ma vi restò impresario fino alla morte, nel 1801, continuando ad impegnarsi perché tutto funzionasse e resistesse al tempo, arrivando anche a chiedere aiuti economici al re.

La gestione passò, poi, al figlio Salvatore che prese in socio il notaio Pietro da Roma.

Re Ferdinando IV frequentava spesso le rappresentazioni pomeridiane del San Carlino e amava moltissimo dialogare in napoletano ed intrattenersi con il Pulcinella impersonato da Vincenzo Cammarano che, con la sua compagnia, visse tutte le stagioni del teatro, sin dalla sua prima costruzione. Ma non è stato l’unico reale ad apprezzare quegli spettacoli: si ricordano anche quelli avvenuti, ad esempio, alla presenza di Vittorio Emanuele II, sempre con protagoniste le evoluzioni della celebre maschera partenopea.

Il San Carlino fu teatro di costume napoletano ma anche di traduzioni di commedie goldoniane, di vaudevilles e parodie, oltre che di un gran numero di prime assolute.

Tra balli, risate e personaggi illustri (un Pulcinella fu portato in scena anche da Salvatore Petito, ballerino del San Carlo e partigiano di Gioacchino Murat) arrivò, purtroppo, una nuova crisi insieme ai moti del ’48. Addirittura, il figlio di Petito morì proprio sul palco, colpito da apoplessia.

Il nuovo impresario diventò, così, Salvatore Mormone: fu proprio lui a scritturare, nel 1868, un giovane Eduardo Scarpetta che riuscì a superare un momento molto critico del San Carlino grazie ad un prestito di 5mila lire e alla sua tenacia; il piccolo teatro riaprì ancora una volta, persino rinnovato, e Scarpetta ne divenne il nuovo gestore. Fu anche il momento in cui l’attore raggiunse il successo e la notorietà con il personaggio di Felice Sciosciammocca.

Ma questa non è una storia che finisce bene.

Nel 1884, infatti, la demolizione di alcuni isolati di Piazza Municipio furono la causa della definitiva scomparsa del Teatro San Carlino.

Primati e reperti

Oltre ad aver ospitato tante prime importanti, come detto, il San Carlino ha avuto anche un primato particolare: è stato, infatti, il primo teatro italiano con un sistema di illuminazione a gas, con dieci anni di anticipo sulla Fenice di Venezia e in contemporanea con Parigi.

Tutto quello che rimane oggi di quella struttura e di quel pezzo di storia partenopea sono disegni, stampe e fotografie a colori di attori, impresari e commediografi che posano  insieme al plastico del teatro in demolizione: questi reperti sono conservati nella sezione teatrale del Museo nazionale di San Martino.