La canzone classica napoletana: quasi due secoli di storia

Sulle origini della canzone classica napoletana sono ancora tante le idee che circolano tra esperti e studiosi: c’è chi sostiene che si possano collocare in un tempo antichissimo, tra il Cinquecento ed il Seicento, e chi, invece, preferisce attenersi alla struttura melodica specifica di questo repertorio musicale, andando decisamente più in là con le date.

La maggioranza delle fonti, comunque, è concorde nel collocare ufficialmente la nascita di questo genere nel 1839, anno in cui è accreditato che le massaie napoletane già cantassero “Te voglio bene assaje“: un brano che, secondo molti critici musicali, rappresenta il passaggio dalla musica popolare alla canzone d’autore, tanto che fu il primo a partecipare alla tradizionale gara canora alla Festa di Piedigrotta dello stesso anno.

Ed è proprio durante questi festeggiamenti che le cose sono, nel tempo, evolute attraverso le proposte in tema da parte di altri artisti.

Le feste di Piedigrotta a cavallo tra i due secoli

La Festa di Piedigrotta affonda le radici in tempi lontanissimi e mescola la sua identità a culti pagani e cristiani: tuttavia, si è stabilito che la prima celebrazione sia avvenuta nel 1487 e che, da allora, ogni 8 Settembre, la città di Napoli si sia raccolta per passare dei giorni in spensieratezza, soprattutto dal 1835, quando l’occasione si è arricchì anche del Festival della Canzone Napoletana (proprio con il trionfo di “Te voglio bene assaje“).

Da lì, dalle esibizioni degli artisti che gareggiavano, cominciarono a farsi conoscere sempre più brani melodici napoletani e tanti autori di spicco iniziarono a sentirsi ispirati per nuove composizioni: Salvatore di Giacomo, Ferdinando Russo, Ernesto Murolo e tanti altri segnarono per sempre l’epoca d’oro della canzone classica napoletana.

Tra le famiglie di ogni ceto sociale di fine Ottocento cominciarono a sentirsi canticchiare i ritornelli di “Funiculì Funiculà“, “Era de Maggio“, “Marechiare“, “‘A vucchella“, composta da Gabriele d’Annunzio (che era abruzzese!), e persino “‘O sole mio“; ad inizio Novecento, invece, fu la volta di “Torna a Surriento“, “Voce ‘e notte“, “‘O surdato ‘nnammurato“, “Dicitencello vuje” e tantissime altre.

Nel secondo dopoguerra, la produzione non si fermò (anche se la Festa di Piedigrotta cominciò a ripetersi a singhiozzi, senza più regolarità) e dai dolori e dalle atrocità di quello che era successo in quegli anni terribili nacquero “Munasterio ‘e Santa Chiara“, la “Tammurriata nera“, “Luna rossa” e tutti i divertentissimi successi di Renato Carosone che sono attualissimi ancora oggi.

Siamo arrivati, così, alla seconda metà del Novecento con “Malafemmena“, scritta e musicata da Totò, agli anni ’60 con il Festival di Napoli (precursore di quello di Sanremo), a Enrico Caruso, Nino Taranto e Peppino Di Capri passando per la Nuova Compagnia di Canto Popolare che avrebbe rivisitato e mescolato a quelle note anche i canti tradizionali e folcloristici. Quando uscirono fuori “Resta cu’ mme” e “Tu sì na cosa grande” ci si avvicinava già agli anni ’70 che avrebbero, a loro volta, contribuito ma distaccando dei filoni un po’ diversi da quello originario: il Festival di Napoli chiuse per diversi anni i battenti, la sceneggiata ed il western all’italiana ritornarono a calcare le scene e a mescolarsi con le melodie di quel momento storico e, mentre da un lato le evoluzioni musicali di Nino D’Angelo creavano quello che sarebbe diventato il neomelodico odierno, dall’altro Pino Daniele fondeva la lingua napoletana a basi funky, blues e ritmate, regalandoci un patrimonio che sarebbe diventato eredità e radice delle generazioni contemporanee e future.