La storia delle note musicali

Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si… le note musicali sono tra le prime cose che impariamo, da bambini, tant’è che entrano direttamente nel nostro bagaglio culturale più intimo, che finiamo per portarci dietro per sempre, anche quando la nostra vita smette di avere a che fare, a livello didattico o professionale, con la musica.

Ma da dove sono nati questi strani monosillabi?

Le origini

Potrà sembrarci strano, ma i canti, fino almeno al VI secolo, si sono sempre tramandati oralmente.

Non c’era un linguaggio che potesse “decodificarli” o iscriverli su carta, sebbene l’essere umano abbia cantato e suonato strumenti sin dall’alba dei tempi.

Fu nel Medioevo, periodo che a torto viene definito “buio”, che questi segni grafici – o perlomeno i loro antenati – cominciarono a farsi largo tra le masse, poiché diventò sempre più difficile memorizzare melodie lunghe e articolate, che si evolvevano nel tempo rispetto ai primitivi canti semplici e istintivi che non avevano mai creato questo tipo di problemi.

Già, ma come fare?

Si iniziò a fare uso di alcuni segni, detti neumi, che comparivano sul testo da cantare e che indicavano, prettamente, la linea ascendente o discendente della melodia.

Ma siamo solo all’inizio.

Da qui, infatti, con l’introduzione del tetragramma (attribuita, come abbiamo visto, a Guido d’Arezzo durante la sua permanenza presso l’Abbazia di Pomposa) e la scrittura delle durate delle note (inventata, invece, da Francone da Colonia) si sono evolute, progressivamente, le notazioni musicali fino a diventare quello che sono oggi: cerchietti vuoti o pieni, dotati di “gambo” ed eventuali code, sistemati sulle righe del moderno pentagramma.

I nomi

Ma da dove arrivano, invece, i nomi?

Sembra si debba risalire ai paesi latini dell’XI secolo e soprattutto, che sia coinvolto ancora una volta Guido d’Arezzo: le note musicali, infatti, corrispondono alle sillabe iniziali dei primi versetti dell’inno Ut queant laxis, composto dal monaco storico e poeta Paolo Diacono per la liturgia dei primi vespri della festa di San Giovanni Battista, patrono dei musicisti:

Ut queant laxis
Resonare fibris
Mira gestorum
Famuli tuorum
Solve polluti
Labii reatum,
Sancte Iohannes

(“Affinché i tuoi servi possano cantare con voci libere le meraviglie delle tue azioni, cancella il peccato, o santo Giovanni, dalle loro labbra indegne”).

Come si può notare, inizialmente la prima nota era chiamata “Ut“; solo nel XVI secolo, in effetti, la settima nota ricevette il suo nome definitivo (Si) e, nel XVII secolo, poi, il musicologo Giovanni Battista Doni propose di cambiare la prima in “Do” per due motivi: innanzitutto, la sillaba iniziale era scomoda da pronunciare e, in secondo luogo, il nuovo nome simboleggiava l’inizio della parola “Dominus“, cioè “Signore”, acquisendo anche valore religioso.