“Palomma ‘e notte”: le teorie sulla sua storia

Tiene mente ‘sta palomma,
comme gira, comm’avota,
comme torna n’ata vota
sta ceròggena a tentá!
Palummè’ chist’è nu lume,
nun è rosa o giesummino…
e tu, a forza, ccá vicino
te vuó’ mettere a vulá!

Quando questi versi sono apparsi sui gradini di Piazza Fuga, nel cuore del quartiere Vomero della città di Napoli, persino i giovanissimi sapevano a cosa erano riferiti: perché ci sono patrimoni della canzone napoletana che si tramandano in silenzio, nel sangue, da generazioni.

Tra questi, sicuramente l’eterea “Palomma ‘e notte“, dolcissima eppure tormentata poesia che il drammaturgo Salvatore Di Giacomo utilizzò per “sfogare” la passione di un amore – corrisposto – per una ragazza giovanissima.

Ma quale era, quindi, la storia dietro i versi?

Un amore ostacolato, un grande divario d’età

“Palomma ‘e notte”, come tante altre canzoni classiche napoletane, era nata come poesia: l’autore decantava l’amore per colei che sarebbe diventata la sua donna, Elisa Avignano (o “Avigliano”, le fonti non sono univoche su questo particolare).

Quando i due si conobbero, il poeta era già famoso e conosciuto in tutto il mondo, tanto da essere diventato un vero e proprio tombeur de femmes, e aveva 45 anni mentre la giovane Elisa soltanto 25 e stava studiando per diventare insegnante: era il 1905.

Il divario d’età, insomma, era importante e questo non era un punto a favore per la benedizione della famiglia di lei per questa unione, tant’è che era proprio con questa qualifica che la donna cercava di trovare la sua indipendenza distaccandosi dal nucleo di appartenenza per poter compiere le sue scelte in libertà.

Un’evidenza che fa riflettere sul carattere della giovane innamorata, vista la condizione sociale delle donne di inizio Novecento. D’altro canto, fu la stessa Elisa a rendere pubblico il suo amore con una lettera indirizzata allo stesso poeta: una presa di posizione di certo anacronistica, ardita, emancipata e coraggiosa per il periodo storico.

Ma quale era la situazione di Di Giacomo, invece, uomo a quel momento già affermato?

Sentimentalmente libero, lo scrittore aveva un legame molto intenso con la madre (era figlio unico e viveva con lei, prendendosene cura) e la liaison con Elisa non fu certo facile: i due litigavano spesso sia proprio a causa dell’invadenza della madre di lui, sia per le accuse di infedeltà che il poeta rivolgeva continuamente all’amante. Emblematico il fatto che la coppia convolò a nozze soltanto dopo la morte di questa suocera ingombrante, nel 1916, dopo 11 anni di fidanzamento.

L’unione, tuttavia, pur nella sua complessità durò fino alla morte di Di Giacomo, avvenuta nel 1934: si dice che Elisa impazzì letteralmente dal dolore, tanto da distruggere tutte le lettere e le poesie che il marito le aveva scritto e dedicato… tutte, tranne quelle che aveva dimenticato in un cassetto e che vennero ritrovate successivamente, testimoniando i trascorsi della loro relazione dal 1906 al 1911. È stato proprio grazie a questa dimenticanza che è stato possibile ricostruire parte di quell’amore così travagliato e che il mondo ha potuto conoscere “Palomma ‘e notte”, poiché il testo venne, sì, musicato nel 1907 da Francesco Buongiovanni, ma non si conoscevano i segreti che si celavano dietro quei versi.

La canzone

Il testo della canzone è imperniato intorno ad una farfalla che, abbagliata dalla fiamma di un lume, rischia di bruciarsi le ali; Di Giacomo, per aiutarla a salvarsi, finisce per bruciarsi anch’egli, in una metafora perfetta di quell’amore così “sbagliato”, soprattutto per quei tempi, eppure che è stato capace di vincere qualunque avversità.

Teorie alternative

In realtà, ci sono anche alcune retro-storie che si nascondono dietro questo racconto ufficiale.

Infatti, Salvatore Di Giacomo fu anche un traduttore di canti popolari locali (anche di altre regioni italiane) e veniva spesso coinvolto nella loro ristesura per adattarli metricamente alla lingua napoletana o alle varie esigenze poetiche commissionate: accadde già con “‘E spingule frangese“, in origine un canto popolare di Pomigliano d’Arco, e si sospetta che la stessa cosa sia avvenuta con “Palomma ‘e notte”, da qualcuno vista come traduzione e adattamento di una poesia, “La pavegia“, in dialetto veneto (in cui il termine è il corrispettivo del nostro “palomma”); autrice ne era la poetessa di origine armena Vittoria Aganoor Pompilj.

Ma c’è ancora di più: secondo Raffaele La Capria, scrittore, sceneggiatore e traduttore napoletano classe 1922, ci sarebbe ancora un’altra canzone dietro la nascita di “Palomma ‘e notte”.

Dalla penna di Rocco Emanuele Pagliara, uno stabiese che si occupava di critica musicale per “Il Mattino” e che era bibliotecario presso il Regio Conservatorio, è uscita, infatti, una canzone intitolata… “Palomma ‘e sera“! Musicata dal grande Luigi Denza, pensata per essere cantata in duetto e pubblicata da Ricordi nel 1887 rigorosamente in lingua napoletana, fu tradotta come “Farfalla di sera” dallo stesso autore e, a leggerne le parole, si capisce quanto il tema sia esattamente lo stesso di quello dei versi del Di Giacomo:

Come una farfalla che, di sera,
gira, gira intorno a una candela,
tu lo sai perché
sto girando intorno a te!
Come una farfalla che, di sera,
batte l’ali intorno a una candela
tu lo sai perché
perdi tempo intorno a me!

Insomma, sembra proprio che arrivare al bandolo della matassa sia davvero molto complicato e chissà cosa avremmo potuto scoprire dalle lettere di Di Giacomo andate perdute!