Soprano: evoluzione di una voce

Quella del soprano è la voce più acuta del registro femminile (anche se, in antichità, definiva anche le voci bianche o dei castrati).

Le sue caratteristiche si articolano in varie tipologie diverse, tant’è che si parla di soprano di coloritura, lirico, drammatico, falcon…

Ma com’è evoluta, nel tempo, questa voce e quali sono i ruoli che l’hanno definita durante le rappresentazioni più importanti che l’hanno vista protagonista?

Viaggio nella storia e nel tempo

I tre sottotipi di soprano principali sono: leggero, lirico e drammatico.

Possiamo cominciare questo viaggio nel tempo, quindi, partendo proprio dal periodo in cui si affermò la prima variante, tra il Settecento e l’Ottocento: il soprano leggero comincia a farsi spazio nel mondo dell’Opera quando l’influenza del barocco si fa ancora sentire, tant’è che vengono portate in scena, molto spesso, arie virtuosistiche fatte apposta per stupire il pubblico; si trattava di canti sempre molto difficili da eseguire e che necessitavano un’estensione vocale pazzesca, protagonisti ancor di più perché l’organico orchestrale non era certo nutrito come quello odierno.

Si trattava ancora di quel momento storico in cui le rappresentazioni teatrali erano soltanto per aristocratici e nobili: sarà soltanto con l’incontro del mondo impresariale con la Commedia dell’arte che tutto questo arriverà, poi, gradualmente anche al popolo.

Il ruolo più conosciuto per un soprano leggero è sicuramente quello della Regina della Notte de “Il flauto magico” di Mozart (1791), famoso anche grazie a quell’esecuzione di sovracuti picchettati e ribattuti che arrivano fino al fa5, una delle note più acute mai scritte per un soprano.

Nello stesso periodo, c’è da dire, si faceva anche largo il concetto del Belcanto, una tecnica di studio del canto tipicamente italiana che spingeva gli artisti a raggiungere una particolare omogeneità timbrica in tutta l’estensione. Famosi per aver fatto propria questa frangia del settore furono i castrati, voci quasi da sogno che spinsero compositori del calibro di Rossini, Bellini e Donizetti a dare vita ad una “Opera del belcanto”. Tuttavia, questa tecnica non riuscì a conquistare tutti: all’estero venne aspramente criticata, poiché appariva come uno stile troppo leggero e poco impegnato, figlio di quella coda del barocco ancora imperante. Insomma, la voce è dolce e gradevole, ci sono tanti abbellimenti e agilità, ma l’interpretazione è meno passionale e autentica, mostrandosi più come un esercizio di stile che come un’impersonificazione con il personaggio che si porta in scena.

Esempio ne è “Il barbiere di Siviglia” di Rossini.

Ma torniamo alle tipizzazioni del soprano ed addentriamoci in quello lirico.

Ci ritroviamo, quindi, di nuovo dinanzi ad una vocalità molto espressiva, con un timbro deciso, protagonista del periodo verdiano e pucciniano (quindi tra fine Ottocento e inizio Nocevento). Sono storie difficili e travagliate, di donne passionali e romantiche, come Mimì de “La Boheme” di Puccini che, quando parla dei suoi sentimenti, sembra mettere a nudo la sua anima.

Il soprano drammatico, infine, identifica personaggi complessi, importanti, tragici, ammalianti: il timbro vocale è scuro, potente, arriva alle note gravi e si sorregge su una elevata potenza diaframmatica. Sono le interpretazioni della principessa Salomè nell’opera di Strauss, di Isotta nel “Tristan und Isolde” di Wagner, della “Turandot“. Siamo agli inizi del Novecento.

Oltre questa classificazione essenziale, però, c’è sicuramente un’altra tipologia da menzionare: il soprano lirico drammatico, dotato della potenza del soprano drammatico e della pienezza vocale, dell’agilità e della teatralità del soprano lirico. È la voce di chi interpreta personaggi romantici come Tosca e Madama Butterfly.